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La questione

La vita e la testimonianza di Dorothy Day

LA LUNGA SOLITUDINE DI DOROTHY DAY (1897-1980)

Il prossimo 29 novembre cade il 40° anniversario della morte di Dorothy Day, una donna che ha speso tutta la sua vita a servizio dei più diseredati negli Stati Uniti, attraversando mai passivamente tutte le tensioni sociali che hanno toccato questo paese nel XX° secolo, dalla partecipazione alle due guerre mondiali, alla grande depressione, alla guerra fredda, al Vietnam.

Dorothy Day nasce nel 1897 a Brooklyn in una famiglia protestante. Durante gli studi universitari a Chicago, mai portati a termine, si appassiona alle questioni sociali diventando in breve un’attivista della sinistra radicale, con forti amicizie anche tra i dirigenti del Partito Comunista americano, molto forte in quegli anni.

Nel 1916 si trasferisce a New York dove si guadagna da vivere come giornalista nelle testate di sinistra, in particolare “The Masses”. Stringe amicizia con un gruppo di altri giovani giornalisti, artisti e scrittori, tra cui il futuro Nobel Eugene O’Neill, persona che le sarà sempre cara. Proprio nella città “che non dorme mai” comincia ad essere attratta dalla chiesa cattolica, che lei riconosce essere la chiesa dei poveri, perché vede le sue chiese frequentate dalle persone più umili, in particolare nella chiesa di Saint Joseph a Manhattan, dove si reca – insieme attratta e incuriosita - al mattino presto, dopo la notte passata a discutere con gli amici del suo entourage culturale. Scriverà infatti anni dopo: “Passeggiavo di strada in strada con Eugene … Nessuno mai aveva voglia di andare a dormire, nè di restare solo. Molte mattine, dopo essere stata seduta per tutta la notte in qualche bar, o al ritorno dai balli della Webster Hall, io mi inginocchiavo in fondo alla chiesa, senza sapere che cosa stesse accadendo sull’altare, ma riscaldata e confortata dalle luci e dal silenzio, dalla gente inginocchiata e dal clima di adorazione”. Su suggerimento di O’Neill legge le Confessioni di Sant’Agostino:  “Tu hai creato I nostri cuori per te, o Dio, ed essi non avranno riposo finchè non riposeranno in te”.

Partecipa al movimento pacifista e non interventista, ma quando scoppia la guerra passa un anno come infermiera volontaria in un ospedale di New York assistendo i malati dell’epidemia influenzale, un’esperienza che nello stesso periodo, dall’altra parte dell’oceano, la accomuna a Edith Stein. Al termine della guerra Dorothy si innamora perdutamente di un collega giornalista, dal quale si accorge di aspettare un bambino. Il compagno però la vuole costringere all’aborto, e Dorothy cede sperando di conservare il rapporto con lui, che però la abbandona. Quasi per reazione nel giro di pochi mesi sposa un ricco editore; con lui viaggia in Europa e soggiorna anche in Italia, ma al ritorno in America la relazione si interrompe. Nel frattempo però lei scrive un romanzo autobiografico dal titolo “L’undicesima vergine”, dove racconta le vicende che la portarono all’aborto. E’ un’opera che poi lei rinnegherà e che non volle fosse mai pubblicata. Finalmente però incontra il grande amore della sua vita, Forster Batterham, un biologo anarchico, con il quale condivide l’amore per la natura e anni di felicità nel loro cottage sulla spiaggia di Staten Island. Da Forster nel marzo 1926 Dorothy ha una figlia, Tamar, che lei accoglie come un dono inaspettato e che la riempie di felicità. In Dorothy matura sempre più, anche attraverso varie letture, il desiderio di una vita cristiana, in comunione con Dio, cui spontaneamente riconduce tutta la bellezza della realtà che incontra. Forster comunque non accetta di parlare con lei di queste cose; non vuole parlare di matrimonio né tantomeno di battesimo per la figlia. Dorothy però decide da sola di farlo amministrare con l’aiuto di una suora cattolica. E’ un gesto di riconoscenza verso Dio e insieme il voler assicurare il massimo bene alla figlia. E’ infatti la riconoscenza verso i segni della presenza di Dio ciò che muoverà sempre la fede di Dorothy.

Non ha senso però far battezzare la figlia e rinunciare al battesimo per sé, che è il suo grande desiderio. Questo però la porterà – e lei ne è pienamente cosciente – alla rottura della appassionante relazione con Forster. Anni dopo avrebbe scritto nella sua autobiografia: "Ci sono voluti anni prima che mi svegliassi senza quel desiderio di una faccia appoggiata sul mio seno, di un braccio attorno alle mie spalle. Il senso di una perdita era lì. Era un prezzo che dovevo pagare. Ero Abramo che sacrificava Isacco. E ho riavuto Isacco. Ho avuto Tamar”. Il paragone non è troppo forzato perché il dramma personale è reale, però la compagnia di Tamar non toglie a Dorothy il problema della solitudine nel rapporto tra sé e Dio, che Dorothy deciderà di risolvere anni dopo donandosi alla compagnia delle persone accolte nella comunità del Catholic Worker.

Così, un anno dopo Tamar, Dorothy si fa battezzare in una chiesa di Staten Island e il giorno dopo riceve la prima comunione. E’ la fine del 1927. Dopo la separazione da Forster seguono alcuni anni di vagabondaggio con la figlia per lavoro, da Hollywood al Messico, fino al ritorno all’attività di giornalista, che la porta a seguire dal vivo per alcune testate cattoliche la “marcia della fame dei disoccupati” su Washington organizzata alla fine del 1932 dai comunisti. E’ un momento in cui Dorothy vive una profonda crisi vocazionale, stretta tra il suo anelito di vivere la fede dedicandosi alle persone maggiormente vittime dell’ingiustizia sociale e una chiesa che sembra non avere spazio per questo, quasi avesse paura di sporcarsi le mani con gli ultimi, lasciati così senza alternativa rispetto alla proposta delle ideologie filo-marxiste.
L’8 dicembre 1932, conclusa la marcia, si reca perciò al santuario dell’Immacolata Concezione di Washington e lì prega e chiede un segno su come conciliare questa contraddizione, per donarsi al prossimo e conservare l’appartenenza piena alla Chiesa. La risposta non tarda. Il giorno successivo, al ritorno a New York trova ad attenderla un certo Peter Maurin, cattolico di origine francese con in testa l’idea di creare un movimento sociale cattolico negli Stati Uniti e alla ricerca di una persona che sapesse scrivere bene e condividesse le sue idee e il suo progetto. Qualcuno gli aveva detto: “Vai da Dorothy. Quella è una che la pensa come te!”

Dall’incontro provvidenziale tra Dorothy e Peter nasce il Catholic Worker Movement che debutta con il suo periodico, distribuito alla manifestazione comunista del 1° maggio 1933 in Union Square a Manhattan, nel pieno periodo della grande depressione. Il giornale viene venduto al prezzo simbolico di un cent e tutt’oggi ha mantenuto lo stesso prezzo. Il giornale porta avanti una linea di sostegno ai lavoratori e sindacati, facendo riferimento alle prime encicliche sociali, mentre è fortemente contrario all’urbanizzazione e alla industrializzazione, aspetti della modernità visti come contrari alla formazione della persona. Parallelamente all’accoglienza dei senza tetto nella casa di Manhattan vengono acquistate alcune fattorie dove, in comunità tra famiglie, sono valorizzati gli insegnamenti di Maurin, il lavoro manuale e il contatto con la natura. In una di queste fattorie cresce Tamar, fino al matrimonio. Altre case di accoglienza, a seguito della rapida diffusione del giornale nelle varie diocesi e parrocchie, vengono aperte da seguaci del Catholic Worker in tutti gli Stati Uniti.

Nel 1938 Dorothy Day dà alle stampe la sua prima autobiografia “Da Union Square a Roma”, che si ferma al 1933 con la nascita del Catholic Worker (1). In essa c’è il racconto della sua giovinezza e dell’appassionante vicenda della propria vocazione cristiana. Rispetto alla nuova guerra mondiale la posizione del Catholic Worker è rigidamente pacifista, contro l’intervento militare americano e la coscrizione obbligatoria, ribadito anche dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbour. Questa posizione costa diverse defezioni al movimento, ma non di meno molti ritornano a lavorare con Dorothy dopo aver prestato servizio militare. Ovviamente il Catholic Worker contesta l’uso della bomba atomica perché “nei salmi c’è scritto: Signore liberami dalla paura del nemico, non dal nemico, ma dalla paura di lui!”.
Stranamente Dorothy viene solo sfiorata dalla caccia alle streghe di Mc Carthy nel secondo dopoguerra, mentre è ferma nel contestare la guerra fredda e il deterrente nucleare fino al punto di disobbedire per diverse volte alle annuali esercitazioni anti-atomiche che obbligano la gente di New York a scendere nei rifugi. Sistematicamente Dorothy e i suoi amici se ne stano seduti al parco fino all’arresto, per poi essere rilasciati. Alla fine dopo alcuni anni le ormai inutili esercitazioni cessano.

In tutto questo periodo Dorothy si mantiene strettamente fedele all’ortodossia cattolica e alla gerarchia. La sua formazione cristiana è solida. Si fa aiutare da sacerdoti che tengono ritiri spirituali nelle fattorie gestite dal Catholic Worker. E’ fedele alla recita del rosario e di preghiere come il Memorare. Non ha pregiudizi verso i poveri che nelle sue case di accoglienza vengono accolti indistintamente, ubriaconi e avanzi di galera o approfittatori o rompiscatole che siano. C’è un posto per tutti negli shelters del Catholic Worker. Spesso è Dorothy stessa che prepara il caffè per gli homeless infreddoliti al mattino o una minestra a mezzogiorno. Ma la sua vocazione principale è la scrittura, perché lei si sente fino in fondo giornalista.
C’è un momento di crisi con il vescovo di New York quando Dorothy appoggia lo sciopero e le rivendicazioni salariali dei becchini dei cimiteri cattolici o quando qualcuno della curia contesta che il giornale si possa fregiare dell’appellativo di “Cattolico”. Ma Dorothy è ferma nell’esporre le proprie ragioni e non si arriva mai ad una rottura, anche se molti negli ambienti ecclesiastici la considerano estremista. Nel 1949 muore Peter Maurin. Nel 1952 Dorothy Day pubblica la sua seconda autobiografia, “Una lunga solitudine”(2), che riprende parti della prima e la completa con l’incontro con Peter Maurin e l’esperienza del Catholic Worker dagli anni della grande depressione a quelli del secondo dopoguerra.

Negli anni sessanta Dorothy si reca tre volte in Italia, due volte nel periodo del Concilio per sostenere nel 1963 la richiesta di una forte presa da parte dei padri conciliari a favore della pace, e una volta nel 1967 quando riceve di persona la comunione da Paolo VI. Nel corso di questi viaggi nel 1963 si reca in visita a Giorgio La Pira a Firenze, che le racconta dei suoi viaggi nella Russia comunista. Proseguendo in questo stesso viaggio, accompagnata dal pittore William Congdon, Dorothy incontra don Luigi Giussani, e viene invitata a partecipare ad un incontro per gli universitari a Milano. Così descrive brevemente l’approccio di Giussani con i giovani: “Essi ricevono la miglior guida intellettuale e spirituale e don Giussani non ha paura di chiedere loro del tempo, di porre loro domande, esigendo che cerchino, che indaghino, esigendo più incontri, più preparazione per quel momento, per quell’opportunità, per quella scelta che condizionerà la loro intera vita. Tutto ciò sottolinea il bisogno di intensificare la loro vita di preghiera. Gli incontri stimolano le loro menti, infiammano i loro cuori. «Poiché la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Mt 12,34). Non ci possono essere troppe parole di questo genere, parole che lasciano fuori le frivolezze. Leggi, studia. «La sapienza è la cosa più attiva»” (3).

Nel 1973, ormai molto anziana, partecipa in California ai picchetti dello sciopero dei lavoratori agricoli “chicanos” messicani, organizzato dal sindacalista cattolico Cesar Chavez. Viene tenuta in arresto per due settimana, insieme a tanti militanti e diverse suore, per due settimane nel corso delle quali riceve anche la visita di Joan Baez. E’ l’ultimo dei suoi ultimi arresti immortalato da una serie di celebri fotografie, con lei seduta su un seggiolino pieghevole circondata da agenti armati che la circondano. A riprova della stima che gode nel mondo cattolico americano, nel 1976 tiene un discorso al Congresso Eucaristico di Philadelphia, mentre l’anno successivo, per il suo 80° compleanno riceve gli auguri personali da Paolo VI. Nel 1979 riceve a New York la visita personale di Madre Teresa di Calcutta. Queste sono solo alcune delle personalità con cui Dorothy Day venne a contatto nella sua non breve vita. A titolo di esempio si possono citare anche il rivoluzionario russo Lev Trockji e John Fitzgerald Kennedy, prima di essere eletto presidente.
Il 29 novembre 1980, sofferente di cuore, muore a Maryhouse, la casa di accoglienza femminile di New York. Al suo funerale a St. Patrick partecipa una grande folla, tra cui anche Forster, l’antico compagno. Dopo decenni di separazione lui si era fatto vivo con Dorothy chiedendole di far compagnia alla moglie gravemente malata, richiesta a cui Dorothy non si sottrasse.

Nell’omelia funebre il card. Cooke, a volte in precedenza in disaccordo con lei, afferma: “Forse abbiamo avuto tra noi una santa”. Dorothy Day è stata dichiarata dalla Chiesa “serva di Dio” ed è in corso la causa di beatificazione sostenuta dalla Diocesi di New York. Nella sua visita negli Stati Uniti d’America nel 2015, papa Francesco nel suo discorso al Congresso a Washington ha indicato Dorothy Day, insieme a Martin Luther King, Abraham Lincoln e al frate trappista Thomas Merton, come coloro che "hanno dato forma a valori fondamentali che resteranno per sempre nello spirito del popolo americano". Per questo molti si attendono che sarà lui il papa della beatificazione.

Ora Dorothy riposa in una semplice tomba nel cimitero cattolico di Staten Island, l’isola in cui fu battezzata e visse con Forster. Nella cappella del cimitero, tra le vetrate che raffigurano i santi americani c’è anche la sua immagine. Ora attendiamo un miracolo per riconoscerla beata. Il Catholic Worker continua tuttora la propria attività con il suo giornale e con le sue case di accoglienza in tutto il mondo. In Italia sono state pubblicate, oltre le citate autobiografie anche altri testi su di lei e sull’esperienza del Catholic Worker, tra i quali si rimanda in particolare al lavoro di Jim Forest, Dorothy Day. Una biografia, e a quello di William D. Miller, Dorothy Day e il Catholic Worker Movement, entrambi editi da Jaca Book.
La sua memoria è mantenuta viva nel sito www.dorothydayguild.org

Ivo Paiusco, Associazione De Gasperi di Legnano

Riferimenti bibliografici
1)Robert Ellsberg, Da Union Square a Roma. Il processo spirituale di Dorothy Day, Libreria Editrice Vaticana, 2016, Città del Vaticano.
2)Dorothy Day, Una lunga solitudine. Autobiografia, Jaca Book, 2002
3) La testimonianza di questo incontro è riportata in “Un’americana a Milano. Incontro imprevedibile”, in Tracce, rivista internazionale di Comunione e Liberazione, n° 7 / 2006, ripresa anche in Alberto Savorana, Vita di don Giussani, BUR saggi, 2014, pp. 297-298.