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La questione

La cultura è partecipazione

A cosa serve la cultura? L’inedita e tempestiva e multiforme offerta culturale che abbiamo a disposizione in questi giorni di emergenza sanitaria non può non interrogarci su quale sia l’esperienza che ne facciamo, quale il guadagno, il ‘diletto’ che ne traiamo; e così, come qualcosa che venga appunto dall’esperienza, su cosa significhi per noi la cultura stessa.
La risposta che ci daremo, come ogni risposta che saremo costretti a darci e a verificare in queste condizioni ‘estreme’, almeno rispetto ai nostri standard occidentali, sarà punto di riferimento ineludibile di qualsiasi nostro impegno futuro, interrogherà il nostro fare e il nostro stesso essere quando ci troveremo a ricostruire una nuova consuetudine sociale e individuale dopo questa emergenza.
Una risposta impegnativa, dunque, in qualche modo capitale, e che soprattutto ingaggia ognuno di noi e non può essere data se non personalmente.

Al contrario, l’impressione dopo queste prime settimane di autoreclusione, e di blocco delle attività che caratterizzavano la nostra vita ‘di prima’, è che, invece, a non essere sopportabili in questa nuova esperienza siano proprio le domande, le mancanze, il senso di vuoto e di frustrazione; il dover ammettere un qualche bisogno che possa far vacillare la nostra forza d’animo e l’ottimismo collettivo.
Infatti, se nel ripercorrere lo svolgimento degli eventi dobbiamo riconoscere come questo inaspettato allarme sanitario ci abbia costretto inizialmente a uscire dalla scontatezza che governa di solito la vita, appare altrettanto evidente come questo smarrimento sia durato pochi attimi soltanto.

Subito, editorialisti, filosofi, psicologi, officianti di ogni religione ed esperti di tutti i tipi ci hanno spiegato come riempire o correggere qualsiasi ‘buco’ o nuovo bug della nostra attuale routine quotidiana, come anestetizzare e superare ogni tipo di angoscia e disadattamento; e tanto in fretta che pochi hanno avuto il privilegio di provare davvero le emozioni e le reazioni di cui ci hanno parlato e di porsi il problema di affrontarle: come una vaccinazione preventiva, un calmante, un sedativo prima ancora di sentire il morso della ferita.
Immediatamente a seguire, come investiti del compito di questa vera e propria campagna ‘igienica’, tutte le agenzia preposte – dai musei ai festival, dalle cineteche alle biblioteche, dalle fondazioni agli assessorati – fino ai singoli appassionati, tutti, hanno cominciato a riversare in rete le proprie offerte di cultura, di intrattenimento, di aggiornamento, nel segno della virtualità e dell’efficienza sanitaria.

Una sorta di horror vacui evidente e condiviso, che però, allo stesso tempo, è apparso molto facile da ‘neutralizzare’; come se lo sgomento non avesse intaccato i punti reali di appoggio della nostra vita. Certo, si è rotto uno schema, la struttura dei comportamenti, soprattutto di consumo, e molte abitudini e relazioni che davamo per certe non lo sono più, ma in fondo le possibilità alternative offerte dalla rete e dalla tecnologia ci hanno subito rassicurato, dimostrando la loro potenza, comprovando la loro capacità, dicono, di sostenere ‘l’umano’.
Per stare a termini usati ormai abitualmente, è come se la bolla in cui la tecnologia ci vorrebbe rinchiudere non si fosse affatto incrinata con l’esperienza travolgente dell’epidemia, ma addirittura ne fosse uscita rafforzata, più attinente ed efficace rispetto alle esigenze del momento; e dunque, oggi, sia ancora più difficile uscirne: quasi che il virus non abbia in realtà messo in discussione la coscienza moderna del vivere, ma semplicemente ne stia rimodulando nuove condizioni e nuove strategie; e quanto succede abbia reso più evidente, come dicono gli studiosi, la pretesa del “sistema tecnico” di farsi risposta esaustiva del bisogno dell’uomo.

Perché il punto è proprio questo, sempre, anche parlando di cultura: ‘il bisogno’ dell’uomo, inteso in senso esistenziale, cioè infinito, punto di fuga di ogni utopia, granello di sabbia che inceppa qualsiasi “sistema perfetto”.
Eppure, di fronte ad esso anche il nostro fare, le nostre parole possono pretendere di offrirsi come risposta unica e sufficiente e come risoluzione delle ansie e delle domande che ne nascono. Come se il nostro apporto e il nostro compito di persone o di comunità intermedie fosse quello di competere e di opporsi alla pretesa invasiva della ‘tecnica’ – o di chiunque altro si proponga lo stesso scopo – con una nostra offerta ugualmente esaustiva, ma più buona, più morale, più profonda, pensando che la nostra bontà, la nostra dirittura morale, la nostra cultura possano davvero rispondere al cuore dall’uomo ed esaurirne il desiderio.

Piuttosto, occorre amare lealmente, si potrebbe dire ‘verginalmente’, quel bisogno, il mio e quello dell’altro uomo che incontrerò tutti i giorni o una volta sola nella vita; averlo caro sopra ogni cosa, perché solo grazie ad esso l’uomo potrà essere libero, potrà giudicare da solo, potrà riconoscere la corrispondenza con ciò che rende la vita degna di essere vissuta.
Per parafrasare una famosa canzone di Giorgio Gaber, potremmo dire che la cultura è partecipazione; partecipazione commossa del grido che nasce dalla scoperta del proprio bisogno infinito, da quell’attimo pur breve di vertigine, personale o collettivo, che la realtà prima o poi ci impone; e che in ogni nostra parola, in ogni nostro gesto, invoca un nesso, un legame con il senso ultimo delle cose.

In questo dunque il valore di tutta l’espressività umana, di tutta la bellezza che potremo scambiarci e offrirci l’un l’altro, con tutti i mezzi che avremo a disposizione, con appuntamenti di massa o uno alla volta, dal vivo o solo virtualmente: in quanto grido di un uomo, uno, nella sua singolarità, che continui a ferirci, a interrogarci, a disporci a riconoscere cosa di nuovo bussa alla porta della nostra vita; così come ferisce la realtà, come ferisce un imprevisto, perché l’arte, la bellezza, la cultura (e certo anche la fede) condividono con la realtà il suo stesso metodo, lo stesso modo di procedere: la sorpresa; una sorpresa che ti accade, ti coinvolge e della quale sei costretto a chiederti il perché.

Roberto Gabellini (Centro Culturale di Rimini)

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