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La questione

La Macerata - Loreto e il vero motore del cambiamento

Il fiume umano che si riversa a Loreto, che all'alba si incastra tra i palazzi appena svegli, è certamente l'immagine più suggestiva del pellegrinaggio. Quella che rimane più impressa, che fa il giro dei social e dei giornali insieme alla fiera dei numeri, delle presenze, eccetera. Ma il fatto più imponente risiede in ciò che non riempie immediatamente gli occhi (e i titoli dei giornali). Risiede in ciò che non si vede se non acuendo lo sguardo, facendo uno sforzo di attenzione. Il fatto più sconvolgente e rivoluzionario e che scardina ogni recinto fissato dalla ragione sono le facce, le singole facce che compongono questa marea umana. Quelle facce difficilmente distinguibili nelle suggestive foto panoramiche. Quegli occhi, quelle smorfie, quelle bocche che diventano indistinte macchie di colore nelle immagini di copertina. E invece basta avere la fortuna di trovarsi sul sagrato della basilica di Loreto quando la folla compatta della discesa di Montereale si dilata e come un liquido si riversa nella piazza assumendone la forma. E' in questo lento e costante diradarsi della folla che si possono osservare gli uomini, le donne, i ragazzi, i bambini, gli anziani. Ed è qui che si vede ciò che io, in trentaquattro anni di vita non ho mai visto altrove. Un ripetersi di occhi invasi dalla gioia. Una gioia piena, straripante, dentro facce tese e stravolte dalla fatica di una notte insonne. Una letizia impossibile sopra gambe e piedi distrutti dalla strada. Una gioia che ti fa chiedere cosa diavolo si stia festeggiando; nessuna impresa sportiva, elettorale, nessun apparente trionfo che giustifichi i canti e i sorrisi tirati dalla fatica. Una gioia che è anche discreta, non chiassosa nel canto, che non ha nulla da rivendicare, senza alcun nemico, e che nell'abbraccio ai compagni di viaggio sembra abbracciare tutto il mondo. Una gioia che è carica di un'impossibile speranza.. Nel guardare questo affresco umano - nella sua irriducibile ed esaltante diversità - che riempie la piazza, mi è tornato in mente un passaggio di una recente intervista di Julian Carròn sull'Osservatore Romano . Il giornalista fa una domanda : “𝘌𝘱𝘱𝘶𝘳𝘦 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘥𝘢𝘭 𝘥𝘪𝘴𝘢𝘨𝘪𝘰 𝘦 𝘥𝘢𝘭𝘭𝘰 𝘴𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘴𝘪 𝘱𝘢𝘴𝘴𝘪 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘢𝘭 𝘳𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘦 𝘦 𝘢𝘭𝘭𝘦 𝘳𝘦𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘦𝘮𝘰𝘵𝘪𝘷𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘳𝘪𝘷𝘢𝘯𝘰, 𝘤𝘰𝘮𝘦 𝘱𝘰𝘵𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘪𝘯𝘵𝘦𝘴𝘰 𝘪𝘭 𝘴𝘰𝘷𝘳𝘢𝘯𝘪𝘴𝘮𝘰. 𝘚𝘦 𝘭’𝘌𝘶𝘳𝘰𝘱𝘢 𝘯𝘰𝘯 𝘮𝘪 𝘤𝘰𝘳𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘯𝘥𝘦 𝘮𝘪 𝘤𝘩𝘪𝘶𝘥𝘰 𝘯𝘦𝘭 𝘮𝘪𝘰 𝘱𝘪𝘤𝘤𝘰𝘭𝘰 𝘴𝘱𝘢𝘻𝘪𝘰 𝘪𝘯𝘥𝘪𝘷𝘪𝘥𝘶𝘢𝘭𝘦 𝘰 𝘯𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘢𝘭𝘦 𝘥𝘰𝘷𝘦 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘴𝘰𝘷𝘳𝘢𝘯𝘰. 𝘗𝘪𝘶̀ 𝘤𝘩𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘴𝘦𝘮𝘣𝘳𝘢 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘲𝘶𝘢𝘴𝘪 𝘢𝘶𝘵𝘰𝘮𝘢𝘵𝘪𝘤𝘢". Risponde Carron: "𝘌̀ 𝘶𝘯𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘤𝘩𝘦 𝘮𝘦𝘵𝘵𝘦 𝘪𝘯 𝘦𝘷𝘪𝘥𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘮𝘢𝘯𝘤𝘢𝘯𝘻𝘢. 𝘜𝘯𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘦̀ 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘯𝘵𝘰, 𝘪𝘯𝘧𝘢𝘵𝘵𝘪, 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘳𝘰𝘷𝘢 𝘳𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘦, 𝘯𝘰𝘯 “𝘳𝘦𝘢𝘨𝘪𝘴𝘤𝘦”. 𝘓𝘢 𝘳𝘦𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘱𝘳𝘦𝘯𝘥𝘦 𝘭𝘰 𝘴𝘱𝘶𝘯𝘵𝘰 𝘥𝘢 𝘶𝘯𝘢 𝘦𝘴𝘪𝘨𝘦𝘯𝘻𝘢 𝘤𝘩𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘩𝘢 𝘵𝘳𝘰𝘷𝘢𝘵𝘰 𝘢𝘯𝘤𝘰𝘳𝘢 𝘳𝘪𝘴𝘱𝘰𝘴𝘵𝘢 𝘦 𝘴𝘱𝘦𝘴𝘴𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘦̀ 𝘯𝘦𝘮𝘮𝘦𝘯𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘪𝘶𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘦 𝘢𝘧𝘧𝘪𝘰𝘳𝘢𝘵𝘢 𝘢𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘰𝘯𝘴𝘢𝘱𝘦𝘷𝘰𝘭𝘦𝘻𝘻𝘢. 𝘘𝘶𝘦𝘴𝘵𝘢 𝘦̀ 𝘭𝘢 𝘨𝘳𝘢𝘯𝘥𝘦 𝘰𝘤𝘤𝘢𝘴𝘪𝘰𝘯𝘦 – 𝘴𝘦𝘤𝘰𝘯𝘥𝘰 𝘮𝘦 – 𝘥𝘦𝘭 𝘤𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘢𝘯𝘦𝘴𝘪𝘮𝘰.[...] 𝘐𝘯 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢 𝘥𝘪 𝘲𝘶𝘦𝘭𝘭𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘷𝘶𝘵𝘰 𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘦𝘷𝘪𝘢𝘮𝘰, 𝘯𝘰𝘪 𝘤𝘳𝘪𝘴𝘵𝘪𝘢𝘯𝘪 𝘢𝘣𝘣𝘪𝘢𝘮𝘰 𝘪𝘯 𝘲𝘶𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘤𝘰𝘯𝘵𝘦𝘴𝘵𝘰 𝘶𝘯 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘪𝘵𝘰 𝘤𝘳𝘶𝘤𝘪𝘢𝘭𝘦. 𝘓’𝘶𝘰𝘮𝘰 𝘩𝘢 𝘣𝘪𝘴𝘰𝘨𝘯𝘰 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘨𝘶𝘢𝘳𝘥𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘮𝘰𝘥𝘰 𝘯𝘰𝘯 𝘳𝘪𝘥𝘶𝘵𝘵𝘪𝘷𝘰, 𝘥𝘪 𝘦𝘴𝘴𝘦𝘳𝘦 𝘢𝘣𝘣𝘳𝘢𝘤𝘤𝘪𝘢𝘵𝘰 𝘪𝘯 𝘵𝘶𝘵𝘵𝘢 𝘭𝘢 𝘴𝘶𝘢 “𝘥𝘦𝘯𝘴𝘪𝘵𝘢̀ 𝘥𝘪 𝘶𝘮𝘢𝘯𝘪𝘵𝘢̀”.
Mi ha colpito perché per Carron il vero motore del cambiamento non è una struttura, un'ideologia alternativa, una nuova visione del mondo, ma una vita, "uno che è contento". Uno che è contento non prova rancore e per questo - solo per questo - non reagisce. Perché è troppo poco.
Al pellegrinaggio si può incontrare questo popolo contento. Le facce del pellegrinaggio sono la carne, il sangue e le ossa di questo miracolo. Facce di poveracci, peccatori, di gente affaticata e piena di ferite in cui il rancore è misteriosamente vinto, sconfitto. In cui ogni passo nella notte, nella fatica e nel dolore riafferma che "vale la pena"; che questo mondo, questa realtà piena di contraddizioni sono qualcosa che vale la pena vivere. Una costruttività indefessa, un cammino che può nascere solo da un cuore pieno, che cambia l'uomo e quindi cambia la società, cambia la storia.
Ed è per questo che da quarantuno anni a Loreto non accade nulla di pio o confessionale; ma si riaccende una luce, una rivoluzione che è per tutto il mondo.

Davide Tartaglia