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The Last Duel, Ridley Scott, 2021

Il duello per la verità
Qualche giorno dopo il Natale del 1386, nell’anniversario del martirio di Tommaso Becket, il cavaliere normanno Jean de Carruges sfidava all’ultimo sangue il nobile Jacques le Gris nel campo di Saint-Martine de Champs, a Parigi. Lo sfidante affidava al giudizio divino il verdetto di colpevolezza dell’accusato di violenza carnale nei confronti della moglie Marguerite de Thibouville. Nel duello, svolto di fronte alla folla parigina e al Re Carlo VI di Francia, Jean de Carrouges non giocava solo la reputazione e la vita propria, combattendo contro l’uomo a cui era stato legato da amicizia anni prima, ma metteva a repentaglio anche la reputazione e la vita della moglie: in caso di sconfitta, sarebbe finita al rogo come spergiura, portando a morte con sé il figlio che il marito non le aveva saputo dare e che ora portava in grembo al termine della gravidanza, concepito nel discusso e violento rapporto con Le Gris.
La lite pesca nelle cronache medievali, raccontate nel best seller di Eric Jager, dal titolo: The Last Duel, a true story of crime, scandal and trial by combat (L'ultimo duello. Una storia vera di crimine, scandalo e giudizio per combattimento). Dal libro di Jager, professore di Inglese alla UCLA e autore di libri e saggi medievali, nasce questo film firmato da Ridley Scott, che ha come titolo sintetico “The Last Duel”, e che da subito pone un tema interessante che va ben al di là degli intrighi di sesso, crimine, violenza, politica, opportunità sociale, potere, per porre l’accento principalmente in ciò che Eric Jager accenna già nel sottotitolo, quando ne parla come la narrazione di una storia “vera”.
L’autore afferma di aver raccolto “tutto quello che potevo trovare sulla vicenda Carrouges-Le Gris. (…) Ho viaggiato in Normandia e a Parigi per esplorare gli archivi dei manoscritti e vivere i luoghi dove il dramma si è svolto più di seicento anni fa. Il libro che ne risulta è una storia vera basata su fonti originali: cronache, registri compreso ciò che le persone hanno detto e fatto, le loro affermazioni spesso contraddittorie in tribunale, le somme di denaro pagate o ricevute, persino il tempo - sono reali e basati sulle fonti. Dove le fonti non sono d'accordo, do il resoconto più probabile degli eventi. Dove la documentazione storica tace, uso la mia invenzione per riempire alcune delle lacune, sempre ascoltando attentamente le voci del passato”.
È propriamente questa pretesa di verità il fulcro su cui Ridley Scott racconta le vicende tra Carrouge (Matt Demon), Le Gris (Adam Driver) e Marguerite (Jodie Comer) intrecciate sul fondo con i giochi di potere del Conte Pietro d’Alençon (Ben Affleck) nel regno travagliato di un diciottenne Carlo VI di Francia (Alex Lawther). Un Re imbelle di una Francia in guerra con l’Inghilterra nella guerra dei cent’anni, divisa al suo interno politicamente e religiosamente – nel mezzo dello scisma d’Occidente – con ingenti problemi economici e di identità nazionale, gravati dalle difficoltà che le rappresaglie civili fra i cavalierati e la perdita di autorità della nobiltà sul popolo ponevano come fardello gravoso sulla vita reale, ulteriormente funestata da carestie e dal flagello della peste. Altro che il COVID e la crisi di oggi.
La lettura sociale e politica funge però nel film da contorno drammatico di una storia che Scott non esita giustamente a focalizzare come storia umana e personale. E dunque attuale, perché perennemente contemporanea.
La narrazione della vicenda avviene tre volte, in tre capitoli, che la ripercorrono da tre angolature, da tre percezioni differenti. I titoli dei tre capitoli sono altrettanto espliciti: “La verità secondo Jean Carrouge”, “La verità secondo Jacques Le Gris”, “La verità secondo Marguerite de Thibouville”.
Noi assistiamo al racconto sovrapponibile e univoco nello sviluppo dei fatti in tutti e tre i capitoli del film, ma partecipiamo qua e là ad eventi e circostanze che solo uno dei tre può aver vissuto, e anche quando le scene sono riproposte con gli stessi avvenimenti e comportamenti, il regista varia il punto di vista della telecamera e le espressioni emotive e psicologiche con cui le stesse frasi sono dette e con cui le stesse azioni sono compiute mutano impercettibilmente. Muta anche qualche parola, lasciando salvo il contenuto ma cambiando un poco il senso, come avviene sempre quando più persone pescano nella memoria e cercano di ricordare – anche con onestà – gli avvenimenti esatti che hanno vissuto o a cui hanno assistito. Come dice l’etimologia del termine “ricordare”, la memoria è un far ritornare al cuore, che gli antichi giustamente consideravano sede del pensiero, dell’io e della memoria. In inglese e in francese non si dice forse “to know by heart” o “apprendre par coeur”, ciò che noi diciamo “imparare a memoria”? Si ricorda di più ciò che si ama, o ciò che ci ha ferito, ciò che più ci ha toccato, ma qui nasce un problema. Come nel principio di indeterminazione di Heisenberg, dove l’osservatore influenza la misura dell’osservazione dell’atomo, tanto più quanto va a cercare di conoscere la radice della materia, così è nella vita. Ciò che più vogliamo conoscere non può disgiungersi asetticamente dall’impatto sul nostro io, pena il decadere della meccanica stessa della conoscenza. Noi siamo fatti così, non è un dato psicologico o sociologico, ma neurofisiologico, come la scienza ha scoperto negli ultimi anni. Diceva mons. Luigi Giussani: “La conoscenza è tale solo se passa attraverso un’affezione, (...) un’evidenza che commuove. Due cose potentissime: senza evidenza non saremmo commossi; senza commozione non ci sarebbe evidenza”.
E dunque qual è la verità delle cose? Non basta neppure l’onestà narrativa di un testimone per poter dire che i fatti si sono davvero svolti così, figuriamoci poi il giudizio che di quei fatti diamo. E lo dico in termini di senso prima ancora che di risvolti etici o giuridici.
Il film pone a mio parere intelligentemente e provocatoriamente questo tema, e direi anche in modo originale. Sempre a mio parere val la pena di vederlo perché è una bella provocazione.
Ma qui iniziano anche i problemi.
Perché le “verità” offerte allo spettatore (e inevitabilmente al suo giudizio, data la natura dei fatti che avvengono e che non ci possono lasciare indifferenti), non sono tre ma cinque, delle quali due – implicite – avvolgono a matrioska le tre che la narrazione cinematografica ci esplicita dichiarandole nei titoli dei tre capitoli.
La prima di queste due è “la verità secondo Eric Jager”, che già trascende nel suo libro la pura “verità” storica delle sue ricerche di cronaca (ammesso che anche questa sia perseguibile in modo univoco anche con le più buone intenzioni). Il suo è un lavoro che parte da fonti storiche, documentate con dovizia, ma si propone carico di interpretazione e giudizio, forse talvolta più pregiudizio che non giudizio ponderato dai fatti. Basta leggerne la prosa, a partire dalle prime pagine, per rendersene conto. Un certo stereotipo di lettura del medioevo è evidente nella scelta delle aggettivazioni, delle priorità, del modo di raccontare. E poi la vicenda si colora, per sua stessa ammissione, della sua “invenzione” usata “per riempire alcune delle lacune”, anche se nel tentativo, che giudichiamo in buona fede, di ascoltare sempre “attentamente le voci del passato”. Un libro ben scritto, che costruisce una storia plausibile, ma filtrata dagli occhi della cultura moderna e costruita per avvincere, più che per conoscere a farci conoscere.
La seconda è invece “la verità secondo Ridley Scott”. Che ha a sua volta una verità verso la quale ci porta con il film nel suo insieme. È chiaro chi è buono e chi è cattivo, perverso o ottuso (praticamente tutti tranne Marguerite). E alcuni fatti non irrilevanti deviano dagli eventi più inconfutabili che Jager ci racconta, per costruire non solo una narrazione avvincente, ma per sostenere una tesi. Se anche avesse sbagliato, sarebbe comunque vittima di una società arrogante e prepotentemente maschilista, ottusa e preoccupata della conservazione del potere a discapito della giustizia. E ogni vittima ha ragione.
Sull’impeto emotivo, l’ultima scena decreta il giudizio divino, il take-home message. Un trial by combat tra le diverse verità, dove la tenzone si risolve a suon di sceneggiatura, senza risparmiare i trucchi del mestiere (per esempio mostrando in sovraimpressione il testo “La verità secondo Marguerite”, all’inizio del terzo capitolo, per un tempo più lungo rispetto ai titoli degli altri due capitoli). Una tenzone meno violenta, ma più scaltra del duello cavalleresco, perché chi assiste in sala è disarmato e senza appello.
Anche qui c’è una verità con cui si può concordare, ma non è tutta.
Di fronte ad un’altra vittima illustre della storia le cronache ci dicono che prima della sua condanna a morte, il governatore della Galilea Ponzio Pilato che si interrogava (forse onestamente, sconvolto dal sogno profetico della moglie che l’aveva preoccupato), sulla verità dei fatti in base ai quali giudicare un uomo mite accusato dai sacerdoti ebrei di essersi dichiarato Re dei Giudei, abbia chiesto al condannato: “Quid est veritas?”. La risposta è stata il silenzio. Lui che aveva una parola saggia per tutto, non l’ha avuta per questa domanda così potente nell’esperienza umana. Eppure senza verità non si vive. L’uomo anzi è disposto a morire per la verità.
Oggi tutto ci dice che la ragione non può incontrare una verità certa neppure nella scienza, come già il principio di indeterminazione a cui abbiamo fatto cenno e la teoria della relatività hanno dimostrato. La verità come esperienza della ragione è sempre operativa e relativa. E questo apre al relativismo e rende succubi del potere di chi una verità riesce ad imporla, con la forza o l’imposizione decettiva di una evidenza che può essere fasulla. Un po’ come alla fine fa anche il nostro buon Ridley Scott, che ha confezionato il film per convincerci che le cose stanno come lui ce le fa vedere.
Qui mi sembra che stia la debolezza del film, che non mantiene le sue promesse, ma ricade preda del gioco che ha voluto smascherare.
E dunque? Per noi, cosa resta, se la conoscenza della verità soffre così radicalmente di relatività?
O il nichilismo senza speranza, o la convinzione che una verità esiste.
Ma è incontrabile? Diceva Kafka: “c’è la strada, ma non c’è la via”.
Agostino di Ippona offriva una risposta alla domanda di Pilato “Quid est veritas” con il suo anagramma: “Est vir qui adest”, cioè “è l’uomo che sta di fronte a te”. La risposta che quell’uomo con il suo silenzio dava alla domanda non solo di Pilato ma dell’uomo intero era la sua Presenza, più forte di ogni dialettica, perdente per definizione.
E così la soluzione di Agostino detta anche un metodo.
Ogni seria domanda di verità ha dentro di sé anagrammata la risposta: non è il mio giudizio ciò che si pone come discriminante, ma l’onestà di stare di fronte a ciò che avviene, per ciò che la realtà può accadere che ci mostri, e non per la percezione che noi ne abbiamo. È la verità stessa, che è capace di svelarsi nell’avvenimento, purché non lo ingabbiamo nei nostri pregiudizi, e anzi a condizione che siamo disposti a farci cambiare da esso.
Potrebbe addirittura capitarci di incontrare una novità che non immaginavamo, e riscrivere davvero le storie delle nostre vite, invece di limitarsi a raccontarle in modo diverso solo per difenderci dalle nostre cattive azioni. Ma non è né facile né popolare.
Giorgio Bordin
giorgio.bordin@me.com