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La questione

"Ricordi dal sottosuolo"

di Roberto Filippetti*

L'abisso di Baudelaire, l'inferno di Rimbaud, De profundis di Wilde. E il sottosuolo di DOSTOEVSKJI. Nei suoi "Ricordi dal sottosuolo" (1864) egli lascia il salotto buono e scende giù, in profondità, ovvero va scandagliare il CUORE SPEZZATO, da cui prorompono le grandi domande di un senso vero per la vita.
L’ideologia illuminista ha imprigionato l'esistenza in un salotto impeccabile e soffocante. Allora l'«io» preferisce discendere nei meandri profondi, lì dove si accampa l'evidenza di un «male» radicale. «Sono un malato.. Sono un malvagio. Sono un uomo odioso»: questo l'incipit dei "Ricordi dal sottosuolo". La sua «coscienza raffinata» lo rende odioso agli uomini «immediati e d'azione». Egli, con la sua «noia» sofferta e con le sue incalzanti domande di Origine e Destino, sente tremare la terra sotto i piedi: «Come farò io ad esser tranquillo? Dove le ho io le cause prime su cui poggiare?». Egli sa che l'attivismo borghese è da uomini «stupidi e limitati», i quali in nome degli «interessi» evacuano il supremo «interesse»: un grido, una sete di senso ultimo, una «libera e indipendente volontà» che «è così per grazia di Dio».
Dostoevskij perviene a questa consapevolezza in forza di due fatti sconvolgenti.
Nato nel 1821 da una donna sensibile e buona, e da un uomo tetro, collerico, alcolizzato, dispotico coi servi, tanto che finì da essi assassinato nel 1839, il giovane Fédor fu dapprima segnato da questa tragedia familiare. Vi fu poi un altro terribile episodio: avendo aderito a un circolo di socialisti utopisti, fu imprigionato e condannato alla fucilazione. Il 22 dicembre 1849, davanti al plotone d'esecuzione, vide di fronte a sé la morte. La pena capitale fu all'ultimo momento commutata in quattro anni di lavori forzati in Siberia, nei quali ebbe con sé un Vangelo.
Egli sapeva di essere «un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio». Labirintico era il suo sottosuolo. Ma a chi perdura nella ricerca ed è giunto «nella stanza più buia e più profonda», può capitare di vedere la pacificante certezza: «credere che NON C'è NULLA DI PIù BELLO, DI PIù PROFONDO, DI PIù SIMPATICO, DI PIù RAGIONEVOLE, DI PIù VIRILE E PERFETTO DI CRISTO» (da una lettera del 1854).
La vita di Dostoevskij fu piena di male (psicofisico: disturbi nervosi, epilessia; morale: vizio del gioco, debiti; e lo strazio per la perdita della figlioletta Sofia). Ma egli mille volte si rialzò in forza della misericordia del Padre: «TUTTA LA LEGGE DELL'UMANA ESISTENZA STA SOLO IN QUESTO: CHE L'UOMO POSSA SEMPRE INCHINARSI DI FRONTE ALL'INFINITAMENTE GRANDE»(I demoni).
Analogamente, nella sua opera, memorabili sono gli eroi negativi, a volte demoniaci, intimamente dissociati (specchio del travaglio dell'autore: «Il problema che tutta la vita mi ha tormentato è quello dell'esistenza di Dio»). Ivan Karamazov, non potendo tollerare che Dio permetta il dolore innocente, perde la fede, ma poi impazzisce; Stavrogin (I demoni) e Svidrigàjlov (Delitto e castigo) si uccidono: l'uomo non può dire impunemente no a Dio. Un no che ha poi dirompenti conseguenze morali e sociali: il parricidio, perpetrato dal fratellastro dei tre Karamazov, ha il suo movente nella posizione illuminista di Ivan: «Se Dio non c'è, se non c'è l'immortalità dell'anima, allora tutto è permesso» (l'immane tragedia dei totalitarismi del XX secolo ha qui la sua radice).
Dall'altra parte, figure spesso moralmente deprecabili s'imbattono nella misericordia del Signore, attraverso l'incontro con un santo monaco o magari con una prostituta: dicono sì a Dio e si convertono. E tutto s'illumina intorno.

ULTIME ORE DI VITA di Dostoevskij.
In punto di morte, il 9/2/1881, invita i figli a confidare sempre nell'amore di Dio misericordioso: «Se anche vi accadesse nel corso della vostra vita di compiere un'azione delittuosa, nonostante questo non perdete la speranza in Dio. Voi siete suoi figli... implorate il suo perdono ed egli si rallegrerà del vostro pentimento».


*Roberto Filippetti, professore di Lettere nei licei a Venezia e di Iconologia e Iconografia cristiana presso l’Università Europea di Roma. Studioso d’arte e letteratura, lungo un trentennio ha pubblicato una ventina di volumi. Ha ideato e curato quatto mostre didattiche itineranti in sinergia con Itaca: alla ricostruzione in scala dei cicli affrescati da Giotto nella Cappella degli Scrovegni di Padova (2002) e nella Basilica superiore di Assisi (2006), si sono aggiunte nel 2010 le mostre dedicate ai capolavori di Caravaggio e di Van Gogh e la pubblicazione dei relativi cataloghi.