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La questione

Lettere sul nostro presente inquieto

Di che cosa abbiamo paura nel nostro vivere quotidiano? Da dove nasce la paura e a quali conseguenze porta, nel breve e nel lungo periodo? E ancora, chi ci può aiutare a capire di cosa si tratta, da dove nasce questa sensazione che ci può allontanare in modo drastico e falsamente definitivo dalla via alla felicità per cui l’uomo è fatto?
Ci viene incontro un breve, denso, volume scritto a quattro mani da Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia-Guastalla e Mattia Ferraresi, corrispondente per il quotidiano «Il Foglio» dagli Stati Uniti e fellow alla Nieman Foundation di Harvard. Edito da Lindau, Oltre la paura. Lettere sul nostro presente inquieto è un testo inusuale nella sua forma epistolare ma quanto mai originale e attuale. In un centinaio di pagine ci si imbatte in 18 lettere equamente suddivise tra i due autori: nove che partono dall’Italia e altrettante che arrivano dagli Stati Uniti.
Oggi che non c’è più tempo per scrivere lettere, come chiarisce subito Camisasca nell’introduzione, si può affermare che la nostra epoca ha visto la fine degli epistolari. In questo modo, secondo l’autore, scomparirà gran parte della memoria della vita quotidiana. Un avvertimento non di poco conto. È un bene allora che ci sia stata questa recente corrispondenza, tutta concentrata tra il
2017 e il 2018, che ci porta a scoprire fin dove si possono spingere le riflessioni di due amici seppur di generazioni diverse, con il più giovane che ha meno della metà degli anni del Vescovo, che ne ha settantadue. Un testo con due stili diversi: le lettere di Camisasca, più riflessivo e filosofico, procedono per sintesi, quelle del giornalista ci accompagnano, con gli strumenti del suo mestiere, attraverso analisi, provocazioni e domande.
Tutto ha inizio da una riflessione di don Massimo, come lo chiama amichevolmente Ferraresi che da diversi anni vive a Brooklyn, che individua nella “paura” il sentimento prevalente del nostro tempo. Il dialogo tra i due si rincorre, si approfondisce lettera dopo lettera, e apre sempre a nuove possibilità di lettura della realtà. Questo è l’elemento che più colpisce il lettore. Queste lettere non si esauriscono, non chiudono mai, anzi vien voglia di leggerle e rileggerle per quanto entrano nel profondo del vissuto dell’uomo d’oggi. Ecco il bello di queste lettere con le quali non possiamo non fare i conti, paragonandole a quello che viviamo, a meno di non chiudere gli occhi davanti alla realtà stessa. Lettere che aprono sempre, aprono a nuove domande, a nuovi approfondimenti, ad una nuova speranza, che viene da lontano.
Riprendendo il titolo della prima lettera, Paura di ieri, paura di oggi, Camisasca prende le mosse da lontano: dalla paura dell’ignoto, dimensione dello spirito molto accentuata nell’uomo che ci ha preceduto nei secoli e nei millenni. Citando studi sulla fine dell’impero romano e letture sui secoli IV, V e VI, percepisce che la rinascita di un popolo, di un uomo in armonia con il creato e il Creatore, potrà avvenire partendo da un rinnovamento degli spiriti e della cultura che aggreghi persone segnate dal desiderio di vivere bene, onestamente e lietamente sulla
terra in piccole comunità di fratelli e sorelle, attorno a dei padri che siano maestri e testimoni.
Si tratta di una questione esistenziale che dall’impero romano ci catapulta ad una sorta di impero romano dei nostri anni: gli Stati Uniti d’America.
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(da Lineatempo, Oltre la paura. Lettere sul nostro presente inquieto di Alessandro Rizzo, n. 17/2019)