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La questione

“All’inizio non fu così”

Certo la GIA ("All'inizio non fu così", Giornata d'inizio anno degli adulti e studenti universitari di CL, 30 settembre 2017), per quello che Julián Carrón ci ha detto, mi ha letteralmente sollevato, come liberato da una sorta di peso che incombeva in me su questa questione della cultura e dintorni. Sì un peso, plumbeo. In particolare questa questione dell’inizio (al negativo: “non fu così”) mi disponeva malamente nei diffusi dialoghi avuti, poiché sembrava sempre di dover trovare, ritrovare e – dunque – difendere una sorta di “purità” dell’ortodossia del Movimento, del carisma, della nostra storia ecc. : cosa che finiva sempre per costare pesanti e chilometriche discussioni, logorroiche riflessioni per ritrovare qualcosa che poi finisce sempre per mancare. La veste del paladino dell’ortodossia è fallimentarmente esigente! E chè mi sento dire da Julián Carrón? Che – quanto all’inizio – “perché diventi il punto di partenza, occorre che l’Avvenimento stia accadendo ora” (p. IX). Un primo senso di liberazione: non una faticata boia per riandare ad un lontano inizio sempre più impossibile da recuperare nel tempo, ma una Presenza presente da poter riconoscere adesso – che, se c’è, c’è altrimenti nessuna fedeltà ce la restituirà mai – una presenza che non finisce mai di iniziare tra noi. Che poi, quella faticata boia ti porta sempre e solo alla desolante conclusione: lo so/lo sapevo già, invece…“Per capire qualcosa a livello esistenziale, occorre un'attenzione all’esperienza” (p. V). La memoria mi va ad un episodio occorso quest’estate – 10 agosto – durante la notte di S. Lorenzo, in un nostro ormai tradizionale raduno estivo sotto le stelle. Mi tocca leggere la poesia “Alla luna” di Leopardi (qualcuno sapeva che ci sarebbe stata la luna…) in mezzo ad un silenzio ammirato; nel mentre, la voce sussurrata della coordinatrice mi annuncia all’orecchio: “Guarda Peppe che sta davvero sorgendo la luna in questo momento!” – Ma che roba! A seguire, va in onda il “Chiaro di luna di Beethoven”. E vai!... Al termine, delle più di 100 persone presenti mi si avvicinano 2 giovani con lacrime agli occhi – erano giovani pianisti di conservatorio - che mi dicono: “grazie; siamo ancora commossi…abbiamo ascoltato ed interpretato quel ‘Chiaro di luna’ più di una volta; Beethoven stesso l’ha composto ma – probabilmente – lui proprio non ha potuto fare l’esperienza di ascoltare, eseguito, questo suo brano proprio nell’atto vivo di veder sorgere la luna – noi sì; eppure non siamo Beethoven…”. Non difensori di una purità astratta dell’ortodossia, ma “sorpresi da qualcosa che fa cantare tutto” (p. III).
Un secondo aspetto di questa sollevazione interpella direttamente la questione “cultura”: “Il più subdolo attacco alla forza del nostro movimento……..- accorcio citazione - …Questo è il punto: non un’antipatia alla cultura ma un contrattacco sull'origine della cultura”. Se il punto di partenza è un Avvenimento la questione non è innanzitutto interpretarlo “bene” (=ortodossia) ma riconoscerlo semplicemente come tale (fede). Così è una chance per tutti. Che liberazione! Mi ha colpito che Julián, per esemplificare questa genesi della cultura, ci ha regalato il suo incontro col carcerato di Padova – non uno studioso teologo o un genio nostrano della filosofia ma un carcerato. Il carcerato di Carrón come la madre di don Giussani (“come è bello il mondo e com’è grande Dio!”)…giù giù fino ai due giovani pianisti del 10 agosto, sotto quel cielo stellato: abilitati all’impegno culturale solo da un Avvenimento presente. Un modo per dire ancora una volta che il mendicante è protagonista della cultura non meno che della storia. Anteporre la cultura all’avvenimento preclude, inaridisce ed appesantisce il lavoro culturale riempiendolo di pretese che solo l’ideologia si mette a giustificare (v. punto 4): ma la cultura non canta più, è pesantemente schiava – qui davvero, prigioniera…senza gusto, tra noi come fuori. Julián ci ha offerto la possibilità che le nostre programmazioni culturali siano un gesto della fede con cui riconosciamo l'Avvenimento di Cristo presente, attendendo e domandando che accada e si renda presente Lui, in qualche modo, dentro quello che programmiamo. Questa fede permette all’attività culturale di “vibrare e cantare” per qualcosa che sta accadendo con l’ultimo che s’incontri nel corso di essa.
“…Questo è il punto: non un’antipatia alla cultura ma un contrattacco sull'origine della cultura” - con ciò Julián ci pone argutamente in guardia sollevandoci ancora una colta dalla vecchia cappa plumbea: Avvenimento non è liberazione dalla cultura, bensì liberazione della cultura alla luce delle ragioni che la fede attinge dalla tradizione esperita nella memoria e non dalle congetture analitiche dell’ideologia.
Amici carissimi, io sono uscito gioioso di poter vivere le iniziative culturali come occasione per esperimentre e comunicare a chiunque la bellezza della vita che Cristo genera e fa accadere tra noi. Non sono un asservito millantatore di nessuno: registro, perciò, come in questa GIA Julián Carrón abbia contribuito ad indicarci i fattori della liberazione in noi della cultura (e della relative nostre programmazioni imminenti) dalla coltre plumbea e dalla schiavitù ideologica. Con lui possiamo ancora dire “all’inizio non fu così”, indicando con ciò il contenuto di un’esperienza presente nell’ordine della quale “l’Avvenimento è proprio ciò che io non so già”.
(Peppe Fidelibus)