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La questione

Come erano liberi quegli uomini

Presentazione del libro di Annalia Guglielmi “Oltrecortina. Diario di un viaggio nei regimi totalitari dell’Est”.

Perché presentare questo libro? Innanzitutto lo spunto è venuto dall’aver assistito l’anno scorso alla presentazione dello stesso al Meeting di Rimini; averlo poi letto ci ha confermato ulteriormente sulla bontà di questa proposta, non per fare una lezione di storia sull’Europa dell’est prima della caduta del muro di Berlino, ma per “incontrare”, attraverso Annalia, gli “uomini” descritti nel libro, certi che queste figure potevano essere significative anche per noi…oggi.

Janos Pilinszky su tutti, con il suo sorriso e la sigaretta in mano e la sua poesia “Conosco” citata nel libro della Guglielmi; don Francesco Ricci insieme a Josef Zverina, Vaclav Havel, Lech Walesa e il meno conosciuto, sebbene altrettanto importante per la storia della Cecoslovacchia, Vaclav Benda; Tadeusz Mazoiewski e la personalità sorprendentemente timida e mite di padre Jerzy Popieluzsko “che non faceva presagire affatto quello che doveva accadere di lì a qualche anno”(p. 54); il “paranoico” Augustin Navratil, il gruppo musicale PPU “The Plastic People of the Universe” e il volto solcato dagli occhiali da sole del Generale Wojciech Jaruzelski nella bellissima intervista sul finire del libro.

Ecco, grazie al diario di viaggio di Annalia Guglielmi iniziato nel 1973 e concluso, si fa per dire, nel 1989 , abbiamo avuto modo di conoscere tante storie di uomini pronti a sacrificarsi per la verità e per la libertà. Il libro è una raccolta di esperienze personali dell’autrice e alcuni brani estratti dalla rivista CSEO (Centro Studi Europa Orientale), un periodico che non mirava “solo a un’informazione puramente obiettiva, a una documentazione sull’Est e per l’Est, bensì a trasportare di qua dall’Est ciò che potrebbe cambiare l’Ovest” (don Francesco Ricci editoriale 1984 , p. 19).

Non tanti hanno partecipato all’incontro avvolto dalle temperature più alte registrate in questo giugno, tuttavia la Guglielmi è stata capace, rispondendo alle numerose domande, di aggiungere il grassetto alle parole e ai profili stilizzati nel libro.
“Grazie a don Francesco Ricci ho imparato la capacità di incontrare il diverso. Ci invitava a cercare non le corrispondenze, ma la corrispondenza più profonda, la verità dell’essere umano” ci ha detto l’autrice.
E questa disponibilità ad incontrare descrive un’apertura sia della giovane Annalia che di quanti ha avuto modo di conoscere, una capacità data da una precisa identità, perché “si chiude chi non sa chi è”.
Ma cosa cercavano quegli uomini conosciuti in 25 anni di cortina di ferro? “Non cercavano la caduta del sistema, bensì la verità di sé, mantenere viva una scintilla di verità”, non erano “contro” qualcuno o qualcosa ma “per” costruire “qualcosa”. E lo hanno fatto a caro prezzo, “perché non esistono condizioni esterne che ci costringano a vivere contro coscienza”.
Giusto una postilla in chiusura per giustificare la “paranoia” di Navratil. Si tratta di un episodio raccontato nel libro, una delle esperienze più sconvolgenti vissute direttamente da Annalia Gugliemi. Siamo nel 1988 a Kromeriz in Moravia, all’interno di un’aula di tribunale, imputato Augustin Navratil falegname, contadino, cattolico, promotore in quell’anno di una petizione in difesa dei diritti dei cittadini credenti e della libertà religiosa, sottoscritta da 500.000 persone. Navratil, considerato socialmente pericoloso, viene condannato a una terapia in ospedale psichiatrico; la motivazione: “quando si entra in uno specifico campo dell’attività umana [quello religioso, n.d.r.], perde il contatto con la realtà, entra in un mondo tutto suo e non è padrone delle proprie azioni”. Solo quindici persone sono riuscite a trovare posto in aula, e chi non ha potuto assistere al processo ha trascorso il tempo dell’udienza recitando il rosario nei corridoi del tribunale. (P. 183)
(Loris Restelli e Gianluca Ravaioli)