Seguici su:

Eventi

Cesena (Fc): La conversione al cristianesimo nei primi secoli

Presentazione del libro di Gustave Bardy

Bardy Gustave: La conversione al cristianesimo nei primi secoli (Jaca Book, Milano 2002), recentemente ripubblicato. In esso si cerca di chiarire come e perché l'esperienza di vita cristiana riuscì a trasformare il mondo greco-romano, compiendo forse la più grande «trasformazione» di tutti i tempi. Il lavoro di Bardy vuole ricostruire le motivazioni, gli ostacoli, le esigenze, i metodi della conversione cristiana, collocando accuratamente le vicende del cristianesimo dentro l'ambiente religioso e culturale dell'impero romano. E' l'idea stessa di conversione che entra nel mondo con il cristianesimo: "L'idea di una conversione, nel senso che adesso diamo a questo termine, è restata a lungo fino all'avvento del cristianesimo, totalmente estranea alla mentalità greco-romana. Non si è mai visto, e nemmeno immaginato, un uomo rinunciare alla religione della sua città natale e dei suoi antenati, per darsi con tutto il cuore e in maniera esclusiva ad una nuova religione"

Leonardo Lugaresi è studioso di storia del cristianesimo antico e scrittore. Socio fondatore dell'Associazione Patres. Studioso di storia del cristianesimo antico, ha conseguito il Dottorato in Scienze religiose all'Università di Bologna e all'École Pratique des Hautes Études di Parigi. Ha insegnato Letteratura cristiana antica all'Università di Bologna e Storia del Cristianesimo all'Università di Chieti. È autore di numerose pubblicazioni, tra cui l'edizione commentata delle Orazioni IV e V di Gregorio Nazianzeno contro l'imperatore Giuliano e un'ampia monografia sul problema del giudizio cristiano sugli spettacoli: Il teatro di Dio. Il problema degli spettacoli nel cristianesimo antico (II-IV secolo), Morcelliana, Brescia 2008.


L’incontro, a cui ha partecipato martedì 20 novembre, un pubblico estremamente attento si è rivelato un prezioso strumento di aiuto alla lettura del libro di Bardy "La conversione al cristianesimo nei primi secoli", consentendo a tutti di coglierne l’attualità e la grande pertinenza alla questione che oggi, in questo “anno della fede”, viene proposta con grande nettezza dal magistero di Benedetto XVI: quella della conversione personale. Al di là di un interesse erudito il testo è stato proposto infatti come aiuto a comprendere meglio che cosa significa convertirsi a Cristo. Per questo nell’incontro non si è cercato tanto di fare una sintesi dei contenuti del libro di Bardy, ma di offrire una chiave di lettura, applicata soprattutto ai primi quattro capitoli, che ne facesse emergere i punti di confronto più interessanti.
Particolare attenzione è stata riservata al tema della "conversione filosofica". Gli antichi, se non hanno conosciuto la conversione in senso religioso come noi la intendiamo, hanno conosciuto infatti la conversione filosofica. Più precisamente si deve intendere, con questa espressione, il fatto che per gli antichi la filosofia era una pratica di vita, non una conoscenza teorica. Dedicarsi alla filosofia, per loro, significava non semplicemente studiare delle dottrine, ma mettersi alla sequela di un maestro, seguirne i principi e sforzarsi di metterli in pratica, magari facendo vita comune, almeno per un certo periodo, con lui e con i suoi discepoli.
Di nuovo qui sembra di cogliere un tratto che ci è familiare: oggi c’è una certa “domanda di filosofia”, la gente accorre a sentire i filosofi, che sono spesso ospiti dei talk-shaw, scrivono sui giornali e godono di un certo prestigio sociale, ma non è certo per speculare sulle grandi questioni metafisiche o gnoseologiche, bensì per avere delle risposte alle domande esistenziali, o addirittura delle ricette per vivere meglio. Si sta facendo strada – anche come un mestiere per i filosofi o un mercato per i loro libri e le loro conferenze – l’idea della filosofia come “terapia”. Nulla di nuovo, in realtà, per chi ricorda che già Epicuro riteneva di aver prodotto, con la sua filosofia, un tetrafarmakon, rimedio efficace contro i quattro mali che affliggono l’umanità: la paura degli dèi, la paura della morte, la paura del dolore e la paura di essere privi del piacere.
Va fatta però attenzione: in questo modo, la filosofia smarrisce il suo legame con la verità. Smette di essere ricerca della verità e pretende di essere “solo” una dispensatrice di sollievo. L’implicazione essenziale con la questione della verità è invece il tratto di reale somiglianza tra il cristianesimo e la filosofia nel suo significato più autentico. Non a caso, il cristianesimo antico quando si è affacciato sulla scena del mondo greco-romano non si è presentato come religione, come culto, bensì come filosofia, e quando ha assunto per sé la denominazione di religio, lo ha fatto qualificando il sostantivo con il riferimento alla verità: vera religio. «Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi» (8,32): questa è la promessa di Gesù Cristo. In questo anno della fede, una delle sollecitazioni che il papa ci fa è proprio quella di approfondire la conoscenza di ciò che crediamo, per crederlo veramente.
Se c’è una somiglianza tra il percorso di conversione cristiano e quello delle filosofie, c’è però anche una differenza fondamentale, che si può ben cogliere leggendo le pagine che Bardy dedicate alle principali figure di “modelli filosofici” che l’antichità ha venerato, da Pitagora a Socrate. La si può sintetizzare parlando di un “principio di effettività” che nel cristianesimo è essenziale e che manca invece ad ogni filosofia umana. «È se opera», diceva don Giussani riprendendo un’espressione di Paul Ludwig Landsberg, un filosofo tedesco del XX secolo morto in un lager nazista. La verità è una presenza che opera, informando di sé la realtà, non una teoria astratta che si può solo pensare o contemplare. Il cristianesimo antico, nel presentarsi come vera filosofia, ha sempre marcato questo punto, ad esempio facendo notare che quei precetti morali che i filosofi potevano anche essere stati in grado di formulare ma che solo pochissimi di loro, dopo infiniti sforzi ascetici, riuscivano forse a rendere effettivi nella pratica, per il dono della grazia diventavano esperienza “normale” di tanti uomini e donne semplici. Sino al sacrificio della vita: il Catone del mito stoico, che in Utica si dà la morte per affermare la libertà contro il tiranno Cesare è un caso limite, uno spettacolo così raro e prodigioso che, come dice Seneca nel De providentia, gli dèi stessi ammirarono e vollero fermare per un attimo la sua mano e fargli ripetere il colpo per goderselo meglio; i martiri cristiani invece sono tanti e sono gente comune, che non avrebbero mai in se stessi la forza di dare la vita.
(Centro Culturale Campo della Stella di Cesena)


Quando

Dove

Organizzato da

Personaggi