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Forli: Russia 1917. Il sogno infranto di un mondo mai visto

Presentazione della mostra

Il Centro Culturale "Centro Culturale Don Francesco Ricci - La Bottega dell'Orefice" è stato tra gli organizzatori della mostra "Russia 1917. Il sogno infranto di un mondo mai visto", realizzata in occasione della manifestazione “Meeting per l’Amicizia fra i popoli”, anno 2017.

La mostra è stata presentata durante l'incontro di inaugurazione a cui sono intervenuti:

Marta Dell'Asta, curatrice della mostra, giornalista, direttore del portale www.lanuovaeuropa.org della Fondazione Russia Cristiana

Giuseppe Ghini, professore di slavistica all'Università degli Studi di Urbino

Rivedi il video dell'incontro sulla Pagina Facebook del Centro Culturale Don Francesco Ricci - La Bottega dell'Orefice


La prima evidenza da non dare per scontata è il luogo il cui si è svolta la mostra, uno spazio pubblico messo a disposizione dal comune di Forlì per attività rivolte in particolare ai giovani e il saluto iniziale del vicesindaco. Questo per sottolineare come, anche in questo caso, di parta da uno spazio di libertà dove incontrarsi e dialogare. L’incontro di presentazione, dopo il saluto di cui sopra e il ricordo di Tonino Setola (a cui è stata dedicata la mostra a Forlì nel XXX della morte) da parte del prof. Lanzoni è proseguito con l’intervento del professor Ghini, docente di slavistica all’Università di Urbino. Dopo avere ripreso le interpretazioni “classiche” della rivoluzione (dalla “realizzazione del popolo”, alla disintegrazione dello stato zarista, alla arretratezza…) sottolineando come tutte contengano parti di realtà spiegando però solo il “come”, il professore sottolinea come invece l’interpretazione proposta dalla mostra sottolinei la direzione che la rivoluzione prende come tentativo di costruire l’uomo nuovo non in quanto capace di giustizia, non capace di redistribuzione ma libero, liberato metafisicamente, la realizzazione del paradiso in terra (come disse Marx, “l’uomo potrà fare oggi questo, domani quello, al mattino andare a caccia, al pomeriggio a pescare, a sera dedicarsi all’allevamento del bestiame, dopo la cena discutere, secondo ciò di cui al momento avrà voglia…”). Sottolineando il dibattito presente in Russia tra “cercatori di Dio” e “costruttori di Dio” negli anni precedenti la rivoluzione, Ghini evidenzia come di fatto Lenin incorpora i secondi nella sua visione salvifica dello stato portando il tutto a livello di religione secolare, non più solo di politica. Infine ricorda un aneddoto. Visitando la mostra al Meeting, ha posto alla giovane guida una domanda, ovvero se il nichilismo non fosse in realtà un fenomeno degli anni ’90. La risposta l’ha tanto colpito da essersela segnata: un’utopia basata su una antropologia sbagliata non può che portare al nichilismo. Marta Carletti inzia sottolineando la capacità di giudizio, di andare a fondo di quello che stava accadendo in questi pensatori russi. Marxisti che hanno vissuto la speranza legata al marxismo di una novità, di un cambiamento in un bagno di sangue che spazzasse via il vecchio e facesse nascere il nuovo. Questi pensatori però avevano capito il vizio d’origine e il vicolo cieco. Lenin aveva intuito che una rivoluzione non può venire dal popolo perche questo si accontenterà sempre di qualche successo “sindacale”. Ma di fronte a questo sceglie la teoria: se il popolo si ferma, bisognerà forzarlo a fare la rivoluzione. I pensatori invece scelgono il concreto, l’uomo e abbandonano il marxismo e ritornano al cristianesimo. Ad esempio Frank, durante la carestia a fine ‘800 pensa: noi dobbiamo fare esplodere la contraddizione per fare esplodere il popolo e favorire la rivoluzione, ma io se vedo della gente che non ha da mangiare desidero portare da mangiare. La teoria si scontra con una posizione più integrale e umana. Berdjaev nel 1911 dirà: dopo tutte le peregrinazioni attraverso le deserte vacuità di un pensiero astratto, la filosofia deve tornare sotto le volte del tempio e trovare là il realismo perduto e il mistero della vita. Questa è una posizione intellettuale e personale. Berdjaev e gli altri intellettuali guardano tutti i fattori, non solo l’aspetto politico ed economico e colgono che alla radice la malattia spirituale. La Chiesa è sempre stata considerata un fattore di contorno invece questi pensatori indicano nella degenerazione del cristianesimo il punto di origine delle scelte successive. Duplice malattia, della Chiesa e del popolo, come dirà Berdjaev: è stata la Chiesa ad abbandonare il popolo o il popolo ad abbandonare il popolo? E risponderà: entrambe. Conclude la Carletti citando ancora Berdjaev: “se il bolscevismo ha vinto è perché io non ho vinto il bolscevico che è in me. Dopo questo bagno di sangue cosa resta? E’ impossibile salvare la Russia con sentimento negativi, nessuna strada può essere aperta da sentimenti negativi, la vita esige al suo principio un elemento positivo, perciò devo amare la Russia e il suo popolo più di quanto odio i bolscevichi”.

La scoperta che ha fatto chi ha partecipato alla mostra è proprio questa, che dentro ognuno di noi c’è un bolscevico, ovvero una parte di noi che vuole decidere la realtà. C’è chi lo scopre, mentre si sta preparando per fare la guida, osservando come tratta i colleghi, chi osservando come seleziona accuratamente chi invitare e chi non invitare alla mostra, chi, turnista, si scopre inaspettatamente in grado di fare la guida incontrando realmente le persone che passano di lì contro l’immagine ideologica di sé che diceva: non sono capace! Oppure chi mai avrebbe pensato di coinvolgersi con la mostra stessa ma, dando credito a una amicizia, scopre una occasione per sé. Proprio questa è una della cose che più colpiscono, che chi si è coinvolto lo ha fatto per un interesse o per un rapporto, in ogni caso come mossa personale libera (non per una “servizio” ma per me, come raccontava una guida). Questo ha fatto sì che sia accaduto quanto racconta un amico: “ho visto una sorprendente curiosità e interesse rispetto a ciò che è stato proposto, come la gente ci guarda, guarda quello che noi cerchiamo di fare. C’è una energia di presenza, noi siamo affranti quando pensiamo di non essere competenti, invece ciò che colpisce è questa energia. Chi è lì avverte che c’è un soggetto e l’entusiasmo che si è vissuto nella settimana adesso deve essere strumento per imparare questo metodo della certezza di ciò che ci è accaduto. L’origine della cultura è la fedeltà alla storia che ci è stata data. L’unità fra noi per gli altri è uno spettacolo oggettivo”. Un’altra racconta: sono passati due di Arezzo che erano venuti a vedere Dovizioso (nota: in uno spazio adiacente alla mostra veniva proiettata su maxischermo la gare del pilota forlivese). Li ho invitati a vedere la mostra. Uno mi ha detto che era ateo, era sulla difensiva su tutto quello che dicevo ma alla fine mi dice: vede Dio oggi attraverso di me l’ha fatta essere certa della sua fede. E io gli ho detto: “e dice di essere ateo!”. Come si diceva al termine della mostra, adesso bisogna custodire ciò che si è scoperto in questa esperienza perché continui a farci compagnia.








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