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Milano: La piccola Speranza

Meditazione teatrale da Charles Peguy

La piccola speranza è tratto da "Le porche du mystère de la deuxième vertu" di Charles Péguy, di e con Andrea Maria Carabelli e Coro teatrale di trenta ragazzi universitari. Musiche del Maestro Pippo Molino interpretate dal Coro Ambrosiano di Voci Bianche, diretto da Elena Benzoni.
Il Centro Culturale di Milano e il Teatro degli Incamminati organizzano uno spettacolo popolare a Milano in occasione della visita del Santo Padre per l’Incontro Mondiale delle Famiglie. I temi dell’incontro mondiale, festa, lavoro e famiglia, vengono scanditi in questo testo: la speranza, “la piccola bambina, colei che sempre ricomincia, attraversando le epoche della storia”, guida la Famiglia umana, sostiene il Lavoro dei padri e delle madri, fa Festa per il figlio smarrito e ritrovato. Fino a svelare il segreto che sta all’altezza dei nostri desideri: “per sperare bisogna aver ricevuto una grande Grazia”. Testo quasi mai rappresentato, scritto dal grande intellettuale e poeta, Charles Peguy, introdotto in Italia da Carlo Bo’ nei primi del Novecento e riscoperto poi da Giovanni Raboni. Mai come ora quest’opera di Peguy è da considerarsi di perfetta attualità per gli spunti che suggerisce in un tempo di crisi come il nostro.
A seguire, dopo la vista del Papa a Milano, “La piccola Speranza” toccherà le città di Melzo (Mi), Gavirate (Va), Veduggio con Colzano (MB) e il Teatro Rosetum di Milano, per riprendere poi a settembre con altre città lombarde.
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Precisamente cent’anni sono passati dall’occasione per cui Charles Péguy scrisse il ciclo dei Misteri della tre virtù teologali, e cioè il cinquecentesimo anniversario della nascita di Santa Giovanna d’Arco, di cui quindi quest’anno si celebrano i seicento anni. Il secondo dei tre quaderni è dedicato alla Speranza, la piccola Speranza, rappresentata come una bambina che accompagna e trascina per mano le sorelle maggiori della Fede e della Carità. Il testo teatrale è immaginato come un lungo e unico monologo di Madame Gervaise, la precettrice che accompagna la giovane Giovanna d’Arco nel suo cammino spirituale. Ma il soliloquio è solo apparente: ci sono momenti in cui immagina che a parlare sia Dio, altri momenti in cui protagoniste sono le donne e momenti in cui il racconto è così intenso che la descrizione della piccola Speranza o del padre di famiglia sembrano trasferirsi in prima persona. Da qui la scelta di creare una rappresentazione corale che consideri le differenti voci all’interno della stessa voce. Differenze confermate anche dal programma stilistico dello stesso autore, in cui vi è una voce che guida, una voce che ripete, una voce che commenta. Ad accompagnare dunque l’attore protagonista, cioè a dare forza e peso alle parole di Péguy, un coro teatrale di giovani dai 18 ai 25 anni. A scandire la successione delle immagini intense e poeticamente visionarie attraverso cui l’autore sviscera il tema della speranza, un coro di voci bianche. Serve che il colore di fondo, l’immagine visiva più forte e il suono in sottofondo sia rappresentato da giovani, perché giovane è la rappresentazione della speranza, perché dai giovani viene naturalmente la speranza e sono loro che danno la speranza agli adulti, loro che pur non facendo nulla tutto il giorno sono il motore dell’azione dei padri e delle madri che lavorano per loro. La speranza che loro danno con innocenza e purezza agli adulti è la stessa che Dio dà a noi, per cuiper salvare una pecora smarrita lascia tutte le altre novantanove, per cui per il figlio perduto che ritorna il padre prepara la festa più grande. E la stessa fiducia è richiesta all’uomo nei confronti di Dio, come un bambino che dopo aver giocato tutto il giorno stanco la notte si riposa addormentandosi sereno perché certo che domani andrà meglio, perché fiducioso che Dio penserà a fare quello che lui non è riuscito a fare. Mai come ora l’opera in questione di Péguy è da considerare uno spettacolo di perfetta attualità per gli spunti che suggerisce in un tempo di crisi come quello che stiamo vivendo. Uno spettacolo che per la presenza giovanile sulla scena insegna ai giovani un modo interessante di fare festa, non come evasione ma come riflessione nella gioia. Uno spettacolo che come in un perfetto equilibrio tra arte e fede tende a presentarsi come artisticamente elevato perché, all’altezza dei contenuti, accompagna una forma recitativa tanto ardua nella realizzazione quanto intensa nella comunicazione. La preparazione attoriale parte dalle consapevolezza di dover sostenere un linguaggio che solo serealizzato in una certa fisionomia potrà veicolare i temi trattati. Un linguaggio cioè fatto di cascate verbali legate tra loro da anafore, associazioni etimologiche, parallelismi, giochi verbali. Il tutto teso a rendere teatrali, e quindi maggiormente comunicabili, temi che altrimenti sarebbero oltremodo impegnativi, strettamente religiosi e non propriamente umani. Un impegno linguistico che altro dunque non rappresenta che la tensione a portare lar ealtà verso la verità. Verso il medesimo obiettivo sarà dunque improntata la regia e la recitazione dello spettacolo.
(Centro Culturale di Milano)

Il regista e attore principale Andrea Maria Carabelli si avvale di un’esperienza in campo teatrale intensa e innovativa. Dottore in drammaturgia all’Università Cattolica di Milano, attore dal 2001 al 2010 presso la Compagnia teatrale di Sandro Lombardi di Firenze. Lector Dantis ufficiale presso il Battistero del San Giovanni di Firenze nel 2004 e nel 2005. Nel 2011 ha messo in scena come regista e attore Processo e morte di Stalin di Eugenio Corti con Franco Branciaroli, un cast di dodici attori professionisti e un coro di 30 ragazzi delle scuole superiori. Nel gennaio 2012 ha messo in scena come regista e attore al Teatro Franco Parenti di Milano, Job di Fabrice Hadjadj, una nuova piéce richiesta dal Cardinal Ravasi per il Parvis des Gentiles di Parigi, una riflessione in forma teatrale sul tema del dolore che prende spunto dalla vicenda del Giobbe dell’Antico Testamento. Del testo ha curato anche l’edizione italiana pubblicata da Marietti e con la prefazione di sua Eminenza il Cardinal Gianfranco Ravasi e l’Introduzione di Sandro Lombardi.

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