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Milano: Da dove ricomincia una vita?

Dialogo con Fausto Bertinotti e Francesco Occhetta

Il Centro Culturale di Milano ha organizzato l'incontro dal titolo "Da dove ricomincia una vita? Fede, potere e popolo a cinquant'anni dal Concilio". Dialogo con Fausto Bertinotti, Presidente Fondazione Cercare ancora e Francesco Occhetta s.j. , Scrittore de La Civiltà Cattolica. Coordina
Camillo Fornasieri, Direttore del Centro Culturale di Milano.

Quest’anno il Centro ha improntato il suo Programma, attraverso varie proposte e forme, a svolgere questo, quanto immediato tanto fecondo di prospettive, giudizio di Georges Bernanos: “La passione per la verità va di pari passo con la passione per la libertà”.

Diversi segni di crisi, di crollo di evidenze e di omologazione della vita sociale e pubblica, ci hanno fatto pensare a quanto la persona e il popolo possano essere un prodotto del Potere piuttosto che della libertà e di una ragione vissuta. Dalla lettura e incontro sul libro “La bellezza disarmata” di Juliàn Carròn, al lavoro e Mostra su Pasolini, una domanda si impone, insieme alla riscoperta di semi gettati -come la Dignitatis Humanae, documento del Concilio che indica nella libertà religiosa il bene più grande.

Diceva don Luigi Giussani: “In una società come questa non si può creare qualcosa di nuovo se non con la vita: non c’è struttura né organizzazione o iniziative che tengano. E’ solo una vita diversa e nuova che può rivoluzionare strutture, iniziative, rapporti, insomma tutto”.

Il patrimonio di valori che una generazione riceve in consegna da quella precedente rappresenta un “invito alla libertà”: essa può perciò farlo proprio o rifiutarlo “perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali”

“Ecco, allora, la domanda necessaria, se vogliamo porci di fronte alle sfide attuali senza ideologiche contrapposizioni e senza intimistici ripiegamenti: come può la libertà essere di nuovo «conquistata per il bene», dato che «la libera adesione al bene non esiste mai semplicemente dà sé»? Solo attraverso la testimonianza, come accadde agli inizi. Occorre che i valori siano vivi in qualcuno, come conseguenza in atto della loro radice vissuta, perché possano tornare a essere “visti” e a interpellare la libertà.” (J. Carròn, La Bellezza disarmata)

Come contributo in vista dell’incontro suggerimento la lettura del seguente passo della Spe Salvi (24) di Benedetto XVI

“Certamente, le nuove generazioni possono costruire sulle conoscenze e sulle esperienze di coloro che le hanno precedute, come possono attingere al tesoro morale dell’intera umanità. Ma possono anche rifiutarlo, perché esso non può avere la stessa evidenza delle invenzioni materiali. Il tesoro morale dell’umanità non è presente come sono presenti gli strumenti che si usano; esso esiste come invito alla libertà e come possibilità per essa. Ma ciò significa che:

a) il retto stato delle cose umane, il benessere morale del mondo non può mai essere garantito semplicemente mediante strutture, per quanto valide esse siano. Tali strutture sono non solo importanti, ma necessarie; esse tuttavia non possono e non devono mettere fuori gioco la libertà dell’uomo. Anche le strutture migliori funzionano soltanto se in una comunità sono vive delle convinzioni che siano in grado di motivare gli uomini ad una libera adesione all’ordinamento comunitario. La libertà necessita di una convinzione; una convinzione non esiste da sé, ma deve essere sempre di nuovo riconquistata comunitariamente.
b) Poiché l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è sempre anche fragile, non esisterà mai in questo mondo il regno del bene definitivamente consolidato. Chi promette il mondo migliore che durerebbe irrevocabilmente per sempre, fa una promessa falsa; egli ignora la libertà umana. La libertà deve sempre di nuovo essere conquistata per il bene. La libera adesione al bene non esiste mai semplicemente da sé. Se ci fossero strutture che fissassero in modo irrevocabile una determinata – buona – condizione del mondo, sarebbe negata la libertà dell’uomo, e per questo motivo non sarebbero, in definitiva, per nulla strutture buone.”
Juliàn Carròn


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