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Ragusa: La conversione al Cristianesimo

Presentazione del libro di Gustave Bardy

Il Centro Socio Culturale Ibleo ha organizzato la presentazione del libro "La conversione al cristianesimo nei primi secoli" di Gustave Bardy (Jaca Book, 2002). E' intervenuto don Carmelo Vicari, parroco di Sant'Ernesto a Palermo, appassionato di storia e profondo conoscitore di filosofia patristica.

Cronaca dell'incontro (di Mario Tamburino)
«Da dove viene questa forza per cui, oggi, mentre le ambasciate degli Stati abbandonano precipitosamente le terre in mano all’ISIS i vescovi inermi vi restano»? Le parole di introduzione di don Carmelo Vicari al libro di Gustave Bardy, La conversione al cristianesimo nei primi secoli, riedito da JacaBook e presentato a Ragusa, sabato 21 febbraio, a cura del Centro Socio Culturale Ibleo, sono volte a cogliere la radice antica di un avvenimento che sfida il presente.
Anche oggi, come tante volte nella storia, analogamente alla situazione europea del ‘46, anno della prima pubblicazione dell’opera, davanti al deserto fisico e alla desolazione spirituale di un mondo che usciva dalle macerie della Seconda guerra mondiale, l’uomo occidentale ha bisogno di un nuovo inizio.
«Nel breve corso di tre secoli -continua Padre Vicari, appassionato di storia e profondo conoscitore della patristica -all’interno dell’Impero di Roma, si verificò quel ‘big bang dell’umano’ i cui effetti pervadono fin nel midollo l’uomo contemporaneo, proprio mentre avverte come ‘rivoltante’ lo spettacolo dei tagliagole che sgozzano degli innocenti. L’uomo antico non sentiva affatto questo disagio».
«Ma è l’idea stessa di conversione- spiega, addentrandosi nel tema- a distinguerci dal mondo greco-romano. Nel contesto di una realtà totalmente aperta alle nuove religioni, che procedeva-per così dire- per inclusione, la conversione religiosa era, di fatto, inutile». Il bisogno di un cambiamento più profondo della vita e del suo significato veniva invece affidato allo struggente desiderio di verità dei filosofi. Ma la proposta della filosofia si rivolgeva, in ultima istanza, ad aspetti parziali della vita e a un numero limitato di persone.
In un contesto apparentemente ben disposto ad accogliere all’interno del proprio panteon anche il Dio cristiano, il rifiuto dei suoi seguaci di tributare il culto all’imperatore li relegò nella condizione di reietti del mondo alle cui porte bussavano. Tanto più, che tale indisponibilità era percepita come ingiustificabile. «L’equivalente moderno della figura dell’imperatore romano, infatti, non è il dittatore, alla stregua di Stalin o di Hitler, ma, piuttosto, la Costituzione che regola l’ordinato svolgimento del vivere civile». Inoltre, l’annuncio cristiano dell’incarnazione di Dio e della resurrezione dei corpi strideva con l’idea radicata in quel contesto culturale, che il corpo fosse la prigione dell’anima e che, dunque, una resurrezione corporale costringesse ad una eterna prigionia.
Cosa ha, in fine, cambiato la coscienza del significato della vita e della morte, del valore dell’uomo e del senso della realtà?
«La testimonianza di una possibilità di liberazione dell’umano rivolta a tutti:
Romani e barbari, padroni e schiavi, uomini e donne». Il cristianesimo rispondeva, infatti, alla paura più profonda di quel tipo di uomo: quella di finire schiavo. E la forma di schiavitù più grande era la sottomissione al fato che si impone senza richiedere l’assenso della ragione e della libertà.
I cristiani, invece, erano liberi. Durante la liturgia, ad esempio, «lo schiavo ed il padrone sedevano l’uno a fianco dell’altro. Davanti a Dio, il primo non si sentiva disprezzato e il secondo non si vedeva sminuito. Erano ancora schiavo e padrone, ma non potevano guardarsi come prima». E poi, «cantavano! Il mondo antico –ha concluso Carmelo Vicari- non è stato vinto dalla dialettica degli intellettuali, bensì da un popolo che, dentro ai casi tristi e lieti della vita, cantava. Erano lieti! Non avevano le “facce da funerale” di tanti cristiani di oggi». Ed ecco, infatti, deflagrare la domanda: Il popolo cristiano crede ancora nel fascino vincente e disarmato di quel rapporto che vince la paura? .


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