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Biassono (MB): L'Atlantide Rossa

Incontro con Luigi Geninazzi

All’Open day del Centro Culturale “Don Passamonti” il giornalista Luigi Geninazzi ha presentato il suo libro “L’Atlantide rossa” sulla fine del comunismo in Europa.

Cronaca dell'incontro di Anna Monti
IL CAMBIAMENTO DEVE PARTIRE DALL’UOMO
Chi ha fatto cadere il comunismo nell’Europa dell’Est? Chi ha provocato il crollo del muro di Berlino?
A 25 anni di distanza sono ancora rari i testi sull’argomento, che trova poco spazio e spesso viene affrontato in modo superficiale anche sui manuali scolastici. Eppure si è trattato di un cambiamento epocale, che il dissidente divenuto poi presidente della Cecoslovacchia, Vaclav Havel, da laico, non ha esitato a definire un “miracolo”.
Un contributo importante su questo tema ci è offerto dal recente volume intitolato “L’Atlantide rossa”. La fine del comunismo in Europa” scritto da Luigi Geninazzi, con la prefazione di Lech Walesa.
Giornalista e scrittore che è stato testimone diretto dei fatti accaduti in quegli anni, Geninazzi è intervenuto in Sala Civica domenica 2 marzo in occasione dell’Open day 2014 del Centro Culturale “Don Passamonti”.
Presentando il suo libro, ci ha aiutato a capire come sia stato possibile rovesciare in modo pacifico un potere assoluto e dispotico cambiando il volto dell’Europa e del mondo.
“Nell’immaginario collettivo il comunismo è scomparso in una notte con il crollo del Muro di Berlino il 9 novembre del 1989, in modo improvviso come la mitica città di Atlantide – ha affermato Geninazzi, svelando il significato del curioso titolo. “Ma il Muro non è crollato, è stato abbattuto. Non in una notte ma nel corso di lunghi anni. Non è caduto, l’ha buttato giù gente cocciuta e coraggiosa che ha sfidato un potere illiberale e repressivo a mani nude”.
Infatti, questa volta la classe operaia non è andata all’assalto del Palazzo d’Inverno con le armi in pugno, ma ha preferito incrociare le braccia in attesa che il sedicente governo degli operai e dei contadini accettasse di negoziare con i diretti interessati e riconoscesse i loro fondamentali diritti.
“Fu la prima breccia nel Muro – come scrive il giornalista nel suo libro – che iniziò a sgretolarsi sul litorale baltico già nel 1980 con la nascita di Solidarnosc, il sindacato libero polacco fondato da Lech Walesa”. Questo nuovo movimento operaio, che nei cantieri esponeva l’immagine della Madonna di Czestochowa e faceva celebrare la Messa, diventò ben presto un movimento di popolo la cui voglia di libertà finì per contagiare le altre nazioni dell’Europa sovietizzata. Tanto che nell’89 con un impressionante “effetto domino” caddero uno dopo l’altro i vari tasselli dell’impero sovietico.
Quella dell’89 fu dunque una straordinaria rivoluzione pacifica, dove “non si è rotto neanche un vetro”, perché “chi manifestava contro il regime – spiega Geninazzi – non nutriva sentimenti di
odio e di vendetta, non si muoveva in forza di un’ideologia. Si trattava di un movimento di natura etica, fondato sull’esperienza umana della solidarietà”.
Ma come mai prima tutti gli altri tentativi di opporsi alla dittatura comunista erano miseramente falliti?
La rivoluzione dell’89 non sarebbe stata possibile senza il contributo determinante di Papa Wojtyla – ha detto il giornalista, che ha avuto la grazia di incontrare più volte il grande Papa polacco. A questo proposito Geninazzi ha citato le parole scritte da Walesa nella prefazione: “ogni volta che mi viene rivolta la domanda su chi abbia fatto cadere il comunismo nell’Europa dell’Est sono solito rispondere che il merito va per oltre il 50% a Giovanni Paolo II”. E ancora: “Giovanni Paolo II ha fatto appello alle risorse spirituali e alla fede del nostro popolo e ci ha invitato a non avere paura. Nel 1979 è tornato in Polonia e per la prima volta ci siamo ritrovati uniti, ci siamo accorti di quanto eravamo numerosi. Mi sono chiesto spesso come mai ogni volta che organizzavo uno sciopero nei cantieri navali di Danzica mi ritrovavo attorno non più di dieci persone e poi, all’improvviso, nel 1980 furono 10 milioni di persone. Io facevo sempre le stesse cose, gli stessi discorsi. Ma la gente era cambiata, era diventata più cosciente, più matura, più determinata.”
Come scrive Vaclav Havel nel suo “Il potere dei senza potere”, uno dei testi che ha ispirato la rivoluzione di velluto della Cecoslovacchia, “il cambiamento delle strutture deve partire dall’uomo, dal suo rapporto con se stesso e con gli altri”. E Geninazzi spiega: “Non basta indignarsi per quel che sta fuori, occorre guardare dentro di noi: la riscoperta della nostra dignità è la condizione fondamentale per una rivoluzione non violenta. L’unica grande risorsa contro il potere è un io che ha scelto di vivere nella verità.”
Purtroppo oggi i tanti movimenti di protesta sembrano non aver fatto tesoro di questa esperienza, che anche nei Paesi dell’Est pare quasi dimenticata. Come impedire che questa preziosa eredità vada irrimediabilmente perduta? “Occorre trasmetterla alle nuove generazioni – ha concluso il giornalista – attraverso l’educazione e la testimonianza”, perché, come ebbe a dire il grande scrittore polacco e premio Nobel per la letteratura C. Milosz, “la forza di un popolo sta nella memoria".
(Anna Monti)


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